Da “abbiamo sempre fatto così” a “lo ha detto ChatGPT”: l’incompetenza con l’AI come alibi

 

Per anni abbiamo combattuto una frase che suonava come una sentenza: “Abbiamo sempre fatto così”. Era il rifugio perfetto dell’immobilismo, la giustificazione elegante per non studiare, non aggiornarsi, non capire. Oggi quella frase sta cambiando forma, ma non sostanza. Il nuovo mantra è: “Lo ha detto ChatGPT”.

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Il problema non è l’AI, ma l’uso che ne facciamo

Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è l’uso insensato che ne stiamo facendo.
Stiamo assistendo a una pericolosa delega del pensiero critico. Dove prima si rinunciava a cambiare, ora si rinuncia a capire.

L’AI diventa un’autorità indiscutibile, una scorciatoia che solleva dalla fatica di studiare, verificare, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Non importa se la risposta è imprecisa, fuori contesto o addirittura sbagliata: se “lo ha detto ChatGPT”, allora va bene così.

Probabilità non è verità

Ma l’AI non pensa! Non comprende! Non ha responsabilità!
Restituisce ciò che è statisticamente plausibile sulla base di dati passati. Usarla come oracolo significa confondere probabilità con verità, velocità con competenza, comodità con conoscenza.

L’atrofia delle competenze

Il rischio più grande non è l’errore occasionale. È l’atrofia delle competenze.
Quando smettiamo di chiederci perché una risposta è corretta, smettiamo anche di essere in grado di riconoscere quando non lo è.

Professionisti che non sanno più valutare una soluzione, studenti che copiano senza capire, manager che prendono decisioni strategiche basandosi su testi generati senza alcuna verifica. L’AI diventa una stampella permanente per chi ha deciso di non camminare più.


Dalla competenza all’automazione

C’è poi un aspetto culturale ancora più inquietante: l’autorità viene spostata dalla competenza all’automazione.
Non conta più chi ha studiato, sperimentato, sbagliato e imparato. Conta chi invece “ha chiesto all’AI”,  come se fosse una sorta di entità onniscente al punto da vanificare o mettere in discussione la totale esperienza di professionisti del settore.

È una forma nuova di conformismo, più subdola di quella precedente, perché si presenta come progresso.

Usare bene l’AI richiede più competenza, non meno

Usare bene l’AI richiede più competenza, non meno.
Richiede capacità di fare le domande giuste, di interpretare le risposte, di riconoscerne i limiti. Richiede contesto, esperienza, senso critico.

In altre parole: tutto ciò che l’uso pigro dell’AI sta erodendo.

La responsabilità resta umana

Se non invertiamo questa tendenza, passeremo da una società che difendeva cattive abitudini a una che giustifica l’incompetenza con la tecnologia. E quando qualcosa andrà storto — perché andrà storto — non basterà dire “lo ha detto ChatGPT”.

La responsabilità, alla fine, resta sempre umana!


Uno strumento che amplifica ciò che trova

L’AI è uno strumento potentissimo. Ma come ogni strumento, amplifica ciò che trova.
In mano a chi pensa, potenzia l’intelligenza.
In mano a chi non vuole pensare, amplifica il vuoto.



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